l’editoriale

“ALLA PROCURA DI CATANIA
LA VERITÀ ESCE DI SCENA”

di Sebastiano Messina (REPUBBLICA Palermo)

NON tocca a noi giornalisti
giudicare gli imputati
e tantomeno i magistrati,
in un Paese nel quale abbiamo
già — ahinoi — un presidente
del Consiglio che si incarica
di picconare i pubblici ministeri,
nella speranza di
sottrarsi al principio fondamentale
che vuole la legge
uguale per tutti. Ma neanche il
profondo rispetto che nutriamo
per i magistrati può impedirci
oggi di dire che quello che
sta succedendo nella Procura
della Repubblica di Catania dà
un aiuto formidabile a chi parla
di «uso politico della giustizia».
La soluzione escogitata dal
reggente di quella Procura, Michelangelo
Patanè, è infatti la
peggiore che potesse essere
immaginata per chiudere il
“caso Lombardo”, ovvero l’inchiesta
aperta due anni fa contro
il presidente della Regione
per concorso esterno in associazione
mafiosa. Lo è per tre
motivi: per la procedura adottata,
per la tempistica dei provvedimenti
e per le ombre che
non permettono di definirla né
trasparente né inattaccabile. RIEPILOGHIAMO. Nel marzo 2010
Raffaele Lombardo viene iscritto nel
registro degli indagati per un reato di
mafia (il concorso esterno, appunto). Lui si
dichiara innocente davanti all’Assemblea
regionale, ma l’inchiesta va avanti senza
che la Procura di Catania gli contesti formalmente
alcun reato. Il procuratore D’Agata
prende tempo, passa quasi un anno, e
lui va in pensione senza che l’inchiesta arrivi
alla sua conclusione.
Poi, tre mesi fa, il magistrato incaricato di
reggere la Procura fino alla nomina del nuovo
titolare prende una decisione importante.
Boccia la richiesta di rinvio a giudizio di
Lombardo (per concorso esterno in associazione
mafiosa) firmata dai quattro pm titolari
dell’inchiesta e avoca a sé il procedimento,
ipotizzando la derubricazione del
reato. Per farlo, però, secondo la dottrina
prevalente, sarebbe necessaria una decisione
del giudice per le indagini preliminari.
Ma il reggente Patanè evita il giudizio del
gip, che sarebbe il “giudice terzo” invocato
dallo stesso Lombardo. E lo evita anche dopo
che il fascicolo sugli altri indagati è stato
affidato, con decisione assai discutibile, a
un gip che è il marito di Rita Cinquegrana,
nominata proprio da Lombardo sovrintendente
del Teatro Massimo di Catania. Non
gli chiede né il rinvio a giudizio per un altro
reato né l’archiviazione per il reato più grave.
Lo aggira del tutto e, con una decisione
sorprendente, cita direttamente a giudizio
Lombardo (e suo fratello) per violazione
della legge elettorale.
Nessun giudice potrà dunque stabilire se
l’accusa precedente era fondata o meno, e
nessun magistrato potrà più procedere
contro il governatore per quella vicenda, in
base al principio per il quale nessuno può
essere processato due volte per lo stesso fatto.
Al presidente della Regione, e alla giustizia,
serviva un giudizio pubblico e trasparente
delle prove a suo carico. La via d’uscita
che si è inventato il fantasioso reggente
della Procura lo impedisce per sempre.
Se davvero il caso Lombardo si concluderà
così, l’ombra del sospetto non si allontanerà
affatto dal governatore. E si allungherà
invece sulla Procura di Catania, che
dopo una così lunga gestazione ha partorito
una decisione che forse neanche il collegio
di difesa dell’imputato aveva osato immaginare.

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